.
Annunci online

L_Antonio
Odio gli indifferenti


Interventi


17 ottobre 2009

A CHE SERVONO LE PRIMARIE

La forza di quella risposta viene dal precedente storico, descritto magistralmente in un libretto che consiglio a chi volesse saperne di più: Alle origini delle primarie. Democrazia e direttismo nell’America progressista (Ediesse). L’autore, Enrico Melchionda, è venuto a mancare precocemente, lasciando un incolmabile vuoto umano e intellettuale nel nostro centro studi, il Crs. Ha fatto a tempo a insegnarci le opportunità e le insidie nell’analisi dei fenomeni di americanizzazione della politica italiana. Certo, le primarie nacquero a cavallo del secolo proprio per smantellare i partiti ottocenteschi americani, in uno stretto rapporto tra dinamiche di tipo destruens e construens. Ma è proprio questa sincronia a mancare nelle primarie italiane, le quali hanno ben poco da destrutturare, poiché i vecchi partiti italiani si sono spenti circa trent’anni fa. Le forme politiche successive hanno avuto una natura diversa, legata al ceto politico e priva di radicamento popolare. Però abbiamo continuato a chiamarle con il nome storico di partito, provocando fraintendimenti concettuali che dominano anche il congresso del Pd.

Furono non a caso due grandi sconfitti come Berlinguer e Moro ad avvertire più acutamente gli effetti sistemici della fine dei vecchi partiti. Altri preferirono fare finta che tutto procedesse come prima, finché la perdita di funzione non smascherò la finzione, facendo crollare il sistema politico nel batter d’ali di Tangentopoli. Negli anni Novanta la classe politica continuò a non vedere il problema, anzi a rimuoverlo in una sorta di transfert verso le istituzioni. Come a dire: non siamo noi il problema, ma lo Stato che non funziona. Da qui, l’accanimento terapeutico della Grande Riforma, che alla fine ci consegna un’Amministrazione più inefficiente e una democrazia mai così debole. Da ciò è venuto un feedback sulle già incerte forme politiche, portandole al completo annichilimento negli anni Duemila. Quelli che ci ostiniamo a chiamare partiti sono ormai macchine di consenso affidate alla parola di un leader – Berlusconi, Bossi, Casini, Di Pietro - e senza alcuna forma di vita democratica, ma dotate di una legge elettorale quanto mai partitocratrica. La transizione del trentennio si chiude quindi con il modello personale di partito.

L’unico soggetto che non riesce ad adeguarvisi, pur avendoci provato, è proprio il Pd, il quale anzi mostra una reattività quasi smodata verso il leader di turno, come un cavallo imbizzarrito che disarciona chi vuole mettergli le briglie. Ciò rende il Pd un caso singolare di studio e, per chi è interessato, anche di impegno. Si possono dire tante cose sulle buffe procedure congressuali, comunque mezzo milione di persone sono andate nei circoli e si prevede oltre due milioni andranno ai gazebo. E’ l’unico soggetto parlamentare che alimenta un processo democratico e rende contendibile la sua leadership, non è cosa da poco in un paese che vede restringersi ogni giorno gli spazi democratici.

E’ l’unico a non aver concluso la transizione. Ciò lo rende fragile e instabile, ma ancora aperto a esiti diversi. Non bisogna interpretarlo come un partito, ma come un ammasso di materiali disomogenei che si sono depositati, lungo l’incompiuta transizione, proprio nello spazio un tempo occupato dai vecchi partiti. Si possono distinguere almeno quattro materiali: 1) i notabili di marchio Ds e Margherita che gestiscono il potere locale; 2) i leader televisivi che instaurano una relazione diretta con i sostenitori; 3) gli elettori che si mobilitano autonomamente nella società e dentro l’organizzazione, anche in polemica con l’inadeguatezza dei leader; 4) gli eredi delle vecchie culture politiche – militanti, associazioni, ceti professionali e intellettuali - che si sono seriamente impegnati nell’elaborazione di una coscienza politica di tipo democratico. Come è del tutto evidente, questi processi riguardano contemporaneamente iscritti ed elettori. Il confine tra interno ed esterno è saltato da tanto tempo ed è impossibile riportare il dentifricio nel tubetto.

Tutto dipende, invece, da come si amalgamano e si rielaborano quei quattro materiali. L’inizio del Pd ha cercato la soluzione peggiore, puntando sui primi due: da un lato, il leader mediatico da contrapporre a Berlusconi nell’illusione di un impossibile bipartitismo e, dall’altro, campo libero ai notabili sul territorio. Il primo ha portato alla sconfitta politica e il secondo ha intaccato la credibilità del progetto.

Paradossalmente sono stati trascurati i materiali più reattivi, le tracce seppure incerte di rielaborazione dell’identità culturale e l’attivismo degli elettori che si era espresso nelle primarie.

Da questi deve partire Bersani per tentare una soluzione basata sul rilancio della democrazia parlamentare e del soggetto che ne è protagonista, il partito a forte radicamento popolare. Solo così si può affrontare la questione aperta trent’anni fa. Ma non c’è quasi niente dell’armamentario dei partiti storici che possa servirci oggi, tanto meno la linea d’ombra tra partito ed elettorato. Le primarie, al di la dei problemi procedurali, hanno fatto emergere una partecipazione politica che è l’unica materia prima disponibile per ricostruire una forza popolare dei tempi moderni. La diffidenza che c’è a sinistra è ingiustificata e anche ingenerosa. La più bella vittoria della sinistra radicale in Italia è stata ottenuta proprio nelle primarie pugliesi di Vendola, non a caso oggi scelto come leader. Le primarie italiane sono l’unica esperienza politica che ha incuriosito qualcuno in Europa: i socialdemocratici sentono la crisi del vecchio modello di partito solo adesso, trent’anni dopo di noi, e cominciano a guardare alla nostra invenzione.

Certo, lo strumento è anche frutto della spoliticizzazione ed è quindi esposto ai rischi plebiscitari. Per evitarli bisogna lavorare col quarto materiale, la cultura politica, quello più trascurato e abbandonato a se stesso. Una vaga idealità democratica è cresciuta spontaneamente nell’elettorato, senza un impegno diretto dei leader del Pd, che si sono limitati a usare le figurine dei padri fondatori o gli stereotipi dell’incontro tra i diversi riformismi. C’è invece un campo enorme di elaborazione di una cultura popolare democratica che agisca sul senso comune degli italiani. Si è lasciato fare alla destra che ha saputo costruire un apparato ideologico basato sulla doppia morale, da un lato “Dio, Patria e Famiglia” e dall’altra il sesso come immagine del potere, da un lato il perbenismo cattolico e dall’altro il rancore come vettore sociale. Tutto ciò lo chiamiamo populismo, ma appena pronunciata questa parola passiamo oltre, come se il popolo non fosse anche un problema della sinistra, non solo della sua capacità di ascolto, ma soprattutto della sua facoltà di parola. Il popolo non esiste in natura, è sempre una costruzione politica. Un partito vince se riesce a fare popolo, cioè a elaborare un progetto culturale capace di legare debolmente istanze molto diverse, tramite un'interpretazione degli interessi in gioco, una narrazione che tiene insieme passato e futuro, una definizione del campo di alleanze e dei conflitti. La forza connettiva oggi non può più venire da un contenitore di vecchio stampo, può scaturire solo da una forte cultura politica. Non basta una saliera, serve il sale. Passa da qui la possibilità di ripensare nell’Italia di oggi un grande partito, potendo finalmente dare un senso a questa parola.

Walter Tocci direttore Crs


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pd berlinguer primarie moro walter tocci

permalink | inviato da L_Antonio il 17/10/2009 alle 22:17 | Versione per la stampa


25 novembre 2008

Io vorrei non vorrei ma se vuoi....(segue)

 

1) Un partito “liquido”, (Follini, lucidamente, oggi lo definisce un “partito di plastica”) così come era stato avventatamente pensato inizialmente dal Segretario e dai suoi consigliori (li definisco così a ragion veduta e poi spiego il perché) avrebbe finito per frustrare, acuire, approfondire la distanza tra Loft e quel PD migliore che abbiamo detto sopra. E’ avvenuto esattamente questo, e ora stiamo molto faticosamente recuperando tempo perduto inutilmente. Perché non c’è nulla da fare: se vuoi selezionare una classe dirigente affidabile e rappresentativa, se vuoi che il progetto viva e si potenzi dal contributo delle idee dei cittadini (iscritti e simpatizzanti) non puoi avere un modello che tra il vertice e la base mette, ogni tanto (quando gli va e gli serve, magari) un evento come quello del Circo Massimo. E fra quell’evento e la quotidiana necessità di far vivere il progetto del PD fra i cittadini c’è un castello di dichiarazioni giornalistiche (non sempre coerenti una con l’altra, disciamo), un castello di spot e comunicazione-politica la cui ragione si disperde, anzi non è affatto comprensibile e percepita.

2) Noi non potremo mai essere uguali alla destra. Con ciò voglio dire che il modello di politica che da quella parte è praticato non potrà mai essere un modello praticabile per me. La semplificazione che copre il deficit di cultura e di politica, la trasformazione dell’assenza di confronto in filosofia di gestione di una forza politica (fanno e disfanno partiti in 10 minuti, ora da un predellino, ora da un palchetto improvvisato, riesumando discorsi già fatti), non può, non potrà essere la cifra di un partito nel quale io possa riconoscermi. Uso l’io perché anche questo tema dell’assunzione di responsabilità personali va in qualche misura rimesso al centro del nostro modo di agire (ma non mi distanzio dal tema, per adesso). Ecco, in una certa misura, Veltroni ha rappresentato un tentativo di emulazione di quel modello, almeno nella conduzione del Partito Democratico fino ad adesso. E non ce la veniamo a cantare troppo lunga: a me non interessano le semplificazioni efficaci pèr due minuti di televisione, se dietro quelle semplificazioni non intravedo un’idea, un progetto, una elaborazione. Posso fare l’esempio del referendum sulla scuola (ne avete più sentito parlare?) non confortato da una seria proposta di riforma della scuola e dell’università (sarebbe bastato fare una telefonata alla Tinagli, per esempio, invece di “sventolarla” in qualche conferenza stampa e poi relegarla in un angolo).

3) Io, come voi, vengo da una storia (travagliata, ricca, triste, dolce, appassionata, intelligente, approfondita, svenduta – guardate quanti aggettivi, ma ne potrete aggiungere altri a vostra scelta) che è quella della sinistra italiana, coniugata dalla cifra del PCI, prima, del PDS e dei DS. Stavo nella FGCI ai tempi in cui era un po’ come fare i salmoni che risalgono i fiumi (il 1977). Ora, tranne che quella storia, con i suoi aggettivi, io non ho altro da rivendicare che non sia quello che, sostanzialmente, ho imparato stando a sinistra. Che a problemi complessi non si danno risposte semplici, ma si danno risposte altrettanto complesse e mature. Che queste risposte complesse e mature si arricchiscono nel confronto quotidiano fra classe dirigente e corpo del partito (i cittadini, santo dio, lo siamo pure noi). Che in questo confronto si selezionano, si verificano le classi dirigenti (e non sul numero di partecipazioni a Ballarò, piuttosto che a Porta a Porta). Che questo confronto preserva la nostra classe dirigente, i nostri rappresentanti da autoreferenzialità e, quindi, da pericolosissime derive “a-etiche”, da altrettanto insidiose commistioni tra affari, relazioni personali e ruoli politici (sarà pure ora che ricominciamo a dircele queste cose, prima che sia troppo tardi). Che, infine, oggi molto più di ieri, ha un senso riscoprire una lettura di sinistra e riformista della nostra realtà (e non solo quella italiana, ma quella del mondo), che riesca a coniugare la necessità di rimettere al centro il merito (in tutto e per tutto) con la solidarietà. Il valore dell’uguaglianza (coniugato a sinistra) è già in sé una parte preponderante di un programma di lavoro per il Partito Democratico.

4) Questa classe dirigente del PD non è adeguata a compiere e portare a compimento questo progetto. Non lo è Veltroni, perché nella sua cifra essenziale non concepisce un partito che metta in discussione le proprie propensioni e le proprie idee. Guardate, avendolo conosciuto da vicino nel suo operato da Sindaco, non trovo alcuna differenza nel suo operato da Segretario del PD. Lo dico senza alcun intento di perfidia: Veltroni è fatto così: tende a contornarsi di persone che lo “adorano” e lo “adulano”, incapaci di dirgli dei sì e dei no. Ma, tendenzialmente, pensa che una buona esposizione mediatica, una buona stampa, l’evocazione di immagini efficaci per qualche passaggio televisivo, tutto ciò sia sufficiente a supplire alla mancanza del Partito (con quel rapporto che dicevo prima) e alla mancanza di idee sufficientemente complesse per dare risposte altrettanto mature ai problemi del paese. Ho scritto alcune decine di pagine, per esempio, sulla mancata riforma della macchina amministrativa capitolina in cui narro (ovviamente dal mio punto di vista, ma sfido lo stesso Walter a contraddire) la “superficialità”, la ricerca ossessiva della “scorciatoia semplificatrice” che ha caratterizzato l’azione di governo della città nel mandato di Veltroni. Lo dissi ai tempi delle primarie, fui coerente con quello che dissi (non l’ho votato), lo ritengo inadeguato (per struttura, storica, politica e culturale) a guidare il partito in questa fase di costruzione e di opposizione. Se il partito romano fosse un partito guidato seriamente, avrebbe da tempo avviato una discussione sulle cause della sconfitta al Comune di Roma: e le avrebbe individuate non rifugiandosi semplicemente nell’assioma “se avessimo candidato Zingaretti e non Rutelli….” Ma le avrebbe trovate lì, molto evidenti, nella gestione dello stesso “modello Roma”. Nelle realizzazioni o nei fallimenti di quel modello, nei suoi migliori esegeti e nei suoi scarsi realizzatori. Il fatto che questa riflessione sia stata, tranne che in alcuni rarissimi casi, rimossa è causa ed effetto del modo di concepire la politica da parte di Veltroni e dei suoi collaboratori. Nulla di scandaloso, ma incomprensibilmente miope.

5) Dicevo classe dirigente perché ce n’è pure per Zio Massimo. Sapete ( e se non lo sapete ve lo dico) che io sono colui il quale, un giorno, fece la seguente battuta: “Consegniamo l’Italia a D’Alema per 10 anni, compresa sospensione formale della democrazia, e lui ce la ridarà finalmente normale e rimessa a lucido”. Bene, era una battuta ma la dice lunga su quale stima posso riporre nel comandante di Ikarus. Tuttavia, ora viene la domanda che, alla fine di un percorso, tutti dovremmo fare a D’Alema: “Che cosa vuoi fare da Anziano (perché grande, insomma, lo è già)?” Se io fossi posto davanti alla decisione manichea: D’Alema o Veltroni, non ci sono alternative, non avrei dubbi. Ma poiché così non è e non deve essere, perché ho detto che un’intera classe dirigente è inadeguata (compreso quindi D’Alema) vorrei che finalmente anche costui si liberasse (intanto di qualche impresentabile collaboratore – un problema che accomuna Walter e Massimo è quello di avere un pessimo fiuto per i propri più stretti collaboratori!) dai fardelli della propria storia personale e ci dicesse, finalmente, a quale idea di Partito Democratico è finalmente pervenuto. Perché una cosa intravedo (non è difficile): non la pensa come Veltroni. Meglio, ha un’idea diversa del tragitto che dovremmo compiere per arrivare ad avere in Italia una forza autenticamente di sinistra e riformista. Credo che lui, più di Walter, su questi due peculiari modi di essere di quella forza debba dire qualcosa di nitido e autenticamente suo. Insomma, caro Massimo, dismetti l’elmetto, fatte levà da Latorre quei sacchetti di sabbia che ti occludono la piena visuale (e poi, magari, dagli anche un bel calcio nel sedere), e parla, finalmente parla. Se questo significherà aprire una discussione, bene, era ora. Perché la convinzione mia che si possa approdare ad una forza riformista e di sinistra in questo paese, recuperando quanto di originale c’era alle origini del progetto del PD (e anche prima, alle origini della svolta del PCI) mi sembra alberghi anche dalle sue parti. Ed è ora che se ne parli apertamente. Sarà un crack, uno shutdown? Non me ne preoccuperei più di tanto, perché preferisco così, piuttosto che una lenta agonia per consunzione e per inedia.

Un’ultima considerazione. Fra di noi (Eli, Mariagrazia, Alfredo, io) c’è davvero una comunanza di storie e di passioni. Non lo dico per piaggeria, né per un eccessivo sentimentalismo (che comunque ancora fa piacere riconoscermi e riconoscere, significa che il tempo non ci ha del tutto inariditi, e meno male). Tuttavia, ho la sensazione di appartenere ad una generazione che avrebbe potuto dare tanto, darebbe ancora tanto, ma non trova una sponda in grado di ascoltare, di raccogliere, di utilizzare. L’idea che il ricambio generazionale sia un fatto risolvibile in qualche ufficio anagrafe delle città è un’aberrazione che lascio a fertili “pensatori” ai quali, tuttavia, si spalancano le pagine de L’Unità o gli accessi alla direzione nazionale del (mio e vostro) partito (e non è una bella cosa). La realtà è che questa classe dirigente del PD, nella sua storia più recente, ha dimenticato di applicare a se stessa e a coloro che gli è “fedele” (che è concetto ben lontano da quello di “leale”) il principio di meritocrazia. E anche gli ultimi arrivati sono pronti a sciacquarsi la bocca di merito, ovviamente applicato sempre agli altri e mai a se stessi. Insomma, ci vorrebbe, prima di tutto, un recupero di umiltà e un minimo di consapevolezza dei propri limiti. Ecco, io non intravedo ancora qualcuno che possa aver iniziato questo percorso: vedo dei segnali (Cuperlo è sicuramente uno più avanti di tutti in questo percorso, ma anche lui dovrebbe non esagerare nella consapevolezza dei limiti e magari osare di più nella consapevolezza della propria potenzialità), ma sono ancora deboli. Ci vorrebbe un sussulto da parte di tutti noi, davvero. Di coloro che hanno visto passare davanti ai propri occhi alcune generazioni di dirigenti, molti dei quali improbabili e capaci di esprimere al massimo cieca fedeltà, piuttosto che un livello meno che accettabile di elaborazione e direzione politica. Mi danno all’idea di non aver protestato abbastanza. Perchè, in fin dei conti, mi attribuisco (in piccolo) una parte della responsabilità nell’attuale approdo. Ecco, davvero ci vuole un congresso in cui riappropriarci della discussione (la pensano così pure Ceccanti, Bettini, Pollastrini, solo per citarne alcuni). Ma ci vuole pure la forza per non perdere anche questa occasione per provare a darci una possibilità. Vi garantisco che mi sono rimaste le forze giuste giuste per questo ultimo tentativo.

PS Ovviamente, a partire da me, passando per tutti quelli che ho citato, non contiamo assolutamente nulla visto che il Coordinamento Nazionale del PD ha deciso di fare il congresso in autunno del 2009. 




permalink | inviato da L_Antonio il 25/11/2008 alle 20:49 | Versione per la stampa


3 giugno 2008

Undici tesi dopo lo tsunami

 

1. Aprile 2008: va rilevato il tratto di discontinuità, forse di salto. Non si può riprendere il discorso dall’heri dicebamus. Occorre un cambio di passo, nella ricerca e nell’iniziativa. Non stava scritto che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c’erano, nel paese, e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il problema. D’altra parte, non è la paura il sentimento che ci deve dominare. Non c’è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime. C’ è una nuova destra, di governo, e di amministrazione, da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero/azione.


2. Si conferma il dato, che viene da lontano, di una maggioranza di centro-destra nel paese reale. Negli ultimi quindici anni, l’opinione di centro si è avvicinata all’opinione di destra. Se la Dc era un centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un centro che guarda a destra. Questo ha dato l’illusione che ci fosse un residuo di centro da conquistare a sinistra. C’era, ma meno consistente di quanto si pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di territorio, sono stati più forti dell’iniziativa politica. Sono state due le risposte a questi smottamenti di opinione: una a vocazione maggioritaria, una a vocazione minoritaria. La prima, una risposta, diciamo così, espansiva: competere al centro, per togliere al centro-destra un pezzo di consenso. Così, i Progressisti, poi l’Ulivo, poi l’Unione, poi il Partito democratico. Che quest’ultimo potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una risposta, diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa, con una grande ambizione e una piccola forza. Non si può essere, troppo a lungo, anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi. Aprile, il più crudele dei mesi: due fallimenti, del centro-sinistra e della sinistra, del grande partito di centro-sinistra e della piccola aggregazione di sinistra.


3. Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si potrebbe chiamare l’equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto tra l’equivoco della rappresentanza e quella che si dice la crisi della politica. Che cosa viene prima, una crisi di rappresentanza sociale o una crisi di proposta politica? Che cosa fa più difetto, la rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a rovesciare il senso comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia non quando la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale, capire la società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo che sta al fondo della crisi della politica. Il fondo della crisi della politica è nel crollo di soggettività politica, nella caduta, relativamente recente, della proposta soggettiva. La politica non sa più parlare proprio perché non sa più leggere, non sa più interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L’equivoco della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com’è, anche il dato della società, anche il dato della maggioranza di centrodestra nel paese. Se tu lo assumi così com’è, e cerchi di correggere questo, e non ti fai carico invece di una proposta politica forte, lì inneschi appunto un processo che va a finire nella crisi della politica. Prima produci l’antipolitica e poi ti fai carico di rappresentarla.


4. Quando la politica non sa più parlare, allora viene fuori un ceto politico, e un ceto amministrativo, autoreferenziale, che parla a se stesso e di se stesso, perchè non sa più parlare al paese, alla società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di se stesso, entra nella logica di qualsiasi altro ceto, di qualsiasi altro corpo della società. Per garantirsi il consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più vince. La politica non è scollata dalla società civile, è incollata ad essa. Se società civile è il campo degli interessi particolari e degli egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta poco, piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di questa società, subalterna alle leggi di movimento, nazionali e sovranazionali, attraverso cui essa si autogoverna. Di qui, la crisi di senso dell’agire politico, vero e proprio fatto d’epoca del nostro tempo. Perché, compito principale della politica non è dare risposte, è fare domande. E’ la politica che deve interrogare la società, e il dato che c’è, deve appunto saperlo leggere, decifrare, tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo così come si presenta oggettivamente, nel suo gioco incontrollato di forze.


5. Quale, su questo punto, la differenza tra l’adesso e ieri? In passato c’erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano, esprimevano, sì, interessi, ma grandi interessi, di per sé riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti aggregati, già autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era meno importante allora leggere e interpretare, era più possibile direttamente rappresentare. Ma quando le grandi classi si disgregano, e ti trovi di fronte a una società frammentata, pluralistica, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata, quando non c’è più quindi voce sociale, aumenta l’obbligo della voce politica. Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una proposta riunificante. Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la classe, va costruito, non va descritto. Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è.


6. C’è un’ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo in Europa, dall’America di Bush, proprio mentre lì va forse declinando. E’ una febbre da rivoluzione conservatrice in tono minore, che attacca i corpi malandati dei nostri sistemi politici. Lo schema è quello tradizionale: la paura come risposta al disagio. Perché la paura non è la causa scatenante, la causa scatenante è il disagio, di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura è un rimedio mobilitante per chi non ha difese, e dunque le cerca, per chi non ha sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La destra corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell’animo umano, e la sinistra ha i Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica, controcorrente, da sostenere a questo punto con buone ragioni potrebbe dire così: la destra vince perché non c’è la sinistra. E’ una tesi dimostrabile empiricamente, ultimi dati elettorali alla mano, nel paese Italia e, soprattutto, in quell’evento simbolico che è la caduta di Roma: non ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra. La verità da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si riorganizza intorno a una Grande Sinistra.


7. C’è un retroterra di questo discorso, di cui bisogna essere consapevoli, un discorso di lungo respiro, che funge un po’ da convitato di pietra di tutti i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché il capitalismo è forte. Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista e sta forse riguadagnando spazio il ruolo delle politiche pubbliche, e c’è da capire dove cadrà l’accento, se sul passaggio di crisi o sul passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello globale, e sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è forte perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema, democrazia politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha permesso fin qui a proprio favore due, e due sole, soluzioni di governo: o un centro-destra forte o un centro-sinistra debole. La virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o bipartitici, modello Westminster, si sappia, ha questo vizietto di fondo. In queste condizioni, non c’è spazio né per una politica di pura gestione né per una politica di mera contestazione. C’è posto solo per una guerra di posizione, di media durata. La difficile situazione economica impatterà con il governo politico della destra. E l’emergenza, che sembrava dover essere istituzionale, magari sarà di più sociale. La storia-mondo, poi, è un campo di imprevedibili eventi, se non la si guarda con la pappa del cuore, ma la si afferra con la lucida intelligenza di una politica-mondo. Qui c’è un terreno favorevole per la sinistra, se saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria forza.


8. Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l’Italia, per stare in Europa e nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola sinistra, residuale, testimoniale, arroccata nei passati simboli e nelle antiche identità, ma di una Grande Sinistra, moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare. Non si può concedere che l’anomalia italiana si ripresenti oggi nella forma dell’eccezione di un paese senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è: che cosa è sinistra, ma chi è sinistra. Più che conoscere, si tratta di andare a ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche qui, riconoscere non vuol dire rappresentare, vuol dire costruire, o meglio, ricostruire un campo di forze, in grado di portare un progetto di trasformazione, strategicamente pensato e tatticamente agito. Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione - della politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea, non affabulazione ma organizzazione.


9. La nuova e antica centralità: dare forma politica al pluriverso del lavoro. Ci vuole un’idea politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo l’esperienza storica del movimento operaio, in che modo la persona che lavora, uomo e donna in modo differente, può avere in quanto tale, non solo come cittadino, una funzione politica? Come i lavoratori associati possono contare politicamente? In che modo, per quali vie, con quali forme, possono esprimere un progetto di modello sociale, di sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono oggi i lavoratori? C’è questo ceto medio acculturato di massa, che è diventato un po’ la caricatura del blocco storico per il centro-sinistra: perché è isolato e lontano dal resto della società reale. Ha una parte alta, che va verso le professioni, una parte bassa che va verso il precariato, a volte le due condizioni si congiungono. E’ prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo pezzo di lavoro immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c’è anche quando manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro sans phrase, direbbe Marx. Ma qui ne va della dignità della sinistra il farsi carico e porre rimedio a questa disperata solitudine operaia, che si esprime, come abbiamo visto in tanti modi, a volte sconcertanti, che vanno riconosciuti, non giudicati. Solo assolvendo politicamente a questo compito si può riaprire il discorso sul nuovo “mondo del lavoro”. Lavoro e sapere, si dice oggi. Più la differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e seconda generazione, che va ricongiunto al lavoro dipendente, garantito o precarizzato. Così come il centro urbano va ricongiunto alle periferie metropolitane. Non è possibile accettare come un destino il rovesciamento di consenso che si è verificato tra questi spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è possibile. O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso della propria funzione, nel “fare popolo” come “soggetto politico”. Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale e forza politica.


10. Diceva Brecht: sul muro sta scritto “viva la guerra”/ chi l’ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non si può tornare indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il nuovo a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse, prendiamoci il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori il fatto che a volte è necessario fare un passo indietro per saltare in avanti.


11. Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della vecchia sinistra. Sarebbe un’operazione fuori tempo e senza spazio. Il vecchio bisogna sempre che sia quello dell’avversario, mai il nostro. Tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite. Ma non si creda che sia allora viva, per i bisogni della sinistra, la tradizione liberaldemocratica. Il partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera questa storia. Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in senso lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella storia del nostro paese, sono lì, in attesa di essere riconosciute,valorizzate, riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il lavoro salariato con l’ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo della sinistra. E può diventare partito del popolo della sinistra. Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo. Bisogna comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero forte. Ma, ecco: non si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e teorici. Altrimenti si diventa un’altra cosa.

Centro per la Riforma dello Stato
Presidente Mario Tronti
Direttore Walter Tocci




permalink | inviato da L_Antonio il 3/6/2008 alle 18:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


3 giugno 2008

L'illuminismo critico. La risposta di Tocci

Carissimi, scusatemi per il ritardo, ma sono imballato, sto chiudendo due libri contemporaneamente, oltre a dedicarmi ad assemblee tutti i giorni e tutto il resto...

La vostra nota è la cosa più interessante che ho letto negli ultimi tempi e richiede una meditazione approfondita e poi una discussione altrettanto approfondita de visu. Intanto va bene la proposta di pubblicarla.

A caldo posso aggiungere quanto segue. Ho passato tutta la mia giovinezza a combattere l'illuminismo, poi in vecchiaia di fronte alla politica scandita dalla superficialità dei media, alle dicharazioni ad effetto, alle improvvisazioni, ho rivalutato quell'atteggiamento culturale, nel suo senso originario e profondo di aufklärung, di rischiaramento dal blabla del dibattito pubblico corrente, come attività quindi eminentemente critica. Certo, se l'illuminismo lascia la critica, smette di svellere (lo schwanken hegeliano, se ricordo bene) le certezze e diventa esso stesso un'ipostasi, una tesi rigida, allora, tutte le cose malvagie che gli attribuite sono fondate. Del secondo illuminismo, per capirci quello di Padoa Schioppa, ne abbiamo fin troppo e ci abbiamo perso le elezioni, ma del primo illuminismo ne vedo ben poco. Certo, se continua così, non moriremo di aufklärung.

Sul secondo punto io credo che la politica assomigli fin troppo alla società. Non è vero che si è distaccata, ma aderisce perfettamente agli istinti sociali senza metabolizzarli. Credo che sia la politica a fare popolo, il popolo non esiste in natura; come il mercato esiste solo perché costruito dalle regole, altrimenti ci sarebbe la sopraffazione. La destra a suo modo costruisce il suo popolo, anzi lo fa magistralmente, tanto da convincere i poveri a votare per i ricchi: è la sinistra che non fa popolo, che non fa frame (non solo quelli comunicativi di Lakoff) capaci di tenere insieme legami sociali tra diversi, ma di questo è detto meglio nelle tesi che seguono.
A presto Walter


P.S. - dimenticavo, i viadotti sono davvero brutti, mi incazzo ogni volta che ne vedo uno, penso a quanti soldi si sprecano per fare cose inutili. Quindi possiamo discutere di tutto ma sappiate che sui viadotti non mi convincerete mai!! ognuno ha le sue trincee di pensiero e io me ne sono costruita una in fondo molto minimalista…




permalink | inviato da L_Antonio il 3/6/2008 alle 18:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


3 giugno 2008

L'illuminismo riformista. Risposta a Tocci

Se proprio si deve aprire una discussione sulla sconfitta elettorale del centrosinistra è meglio partire daccapo. Ossia, dalla cultura politica. E gli interventi di Tocci, da questo punto di vista, sono sempre esemplari per la chiarezza intellettuale che li contraddistingue (merce rara all’interno dell’attuale classe dirigente). Una chiarezza di idee che caratterizza anche l’ultimo articolo pubblicato su l’Unità e l’intervento al Comitato Federale di Roma, che ruotano attorno alla fine del ciclo politico del centrosinistra e alle prospettive future, chiedendo un convinto cambio generazionale nel PD. Interventi in buona parte condivisibili, ma che mostrano un impianto di fondo quasi più interessante delle cose esplicitamente affermate. Le cose che diremo non sono tanto una risposta a Tocci, quanto nostre considerazioni sulla cultura politica di una buona parte della sinistra italiana.

E allora. Qual è stato il “difetto” (disciamo: la caratteristica) principale della sinistra riformista di questi ultimi 15 anni? Presto detto: l’illuminismo. Ossia una malcelata certezza che si possa governare lo sviluppo socio-economico con alcune scelte tecniche alte e ben azzeccate. Il meno possibile mischiate alla miseria del mondo. E poi, l’idea che la ragione moderna sia uno strumento sufficientemente rodato per qualunque luogo e qualunque tempo. La convinzione che la Cultura sia un grimaldello infallibile, che i processi politici abbiano una loro fatalistica linearità, che le decisioni siano l’unica cosa che manchi davvero e che, finalmente espresse (purché sorrette da un Sapere adeguato), esse non manchino (non possano mancare) di avere un effetto conseguente, secondo cogenti leggi di causalità. Potremmo chiamarlo anche “dirigismo”, ossia un’azione pronta a calare dalla nebulosa intellettuale sulle disgrazie di un mondo caotico e brutale per salvarlo, promuovendo soluzioni adeguatamente lineari, pur mantenendo le distanze da quello stesso mondo. Emerge il sentimento di una diversità intesa come qualità intellettuale e morale, come un’etica della politica e del sapere, che assicura sull’assoluta bontà e sull’efficacia del risultato finale. Una diversità antropologica non solo orizzontale, verso gli “altri” (in particolare gli avversari), ma anche e soprattutto verticale, verso il cosiddetto “popolo”, considerato oramai (nell’Italia di B.) un’entità più pre-politica che anti-politica. È, a guardar bene, una distanza solo all’apparenza marcata nei confronti della base del sistema sociale, ma in realtà rivolta al sistema sociale tout court, una volta feticcio dal quale non si poteva prescindere e oggi fastidiosa appendice del pensiero.

Si tratta di un “limite” che non si ritrova in termini così clamorosi negli interventi di Tocci, seppure qua e là emergano affermazioni e schematismi che lasciano intravedere questo nobile illuminismo della nostra classe dirigente. Per esempio laddove (su l’Unità) parla delle grandi città italiane come «oggetti geografici» diversi dal passato (e dunque alieni), «galassie metropolitane ingestibili», composte da oggetti urbani meritevoli solo di disprezzo estetico-urbanistico («orribili viadotti»). Scorgiamo dietro questo fastidio, il materializzarsi di una realtà urbana ormai fuori dai nostri schemi («ingestibile», aliena appunto), che non sa più conformarsi ai “fermi” principi urbanistici della modernità, ma fugge per una tangente che la allontana per sempre dai nostri strumenti di governo. Città infinita, ripetono tutti. Un’analisi che è quasi gettare la spugna. In realtà, ogni forma di sapere (e di governo) deve partire dalla realtà qualunque essa sia, e non dà nulla per “perduto”, perché l’oggetto (il fenomeno) viene prima delle nostre forme a priori, prima della nostra cultura e dei nostri schemi. Non si dà una scienza, ma un oggetto.

L’illuminista, invece, preferisce “contare” sulla propria ragione, piuttosto che metterla in gioco. Così in questi anni. La destra è, invece, animata da uno strapaese non illuminista, che le ha consentito di cogliere umori, clamori, gesti altrimenti non intercettabili, perché fuori dagli schemi della buona cultura e della ragione ben strutturata. Fare leva sulla pancia non consente di governare ma solo di vincere, ovviamente. Detto ciò, resta il problema di mettere a punto categorie finalmente adeguate all’oggetto, finalmente efficaci, discendendo dalla torre illuminista e mettendosi davvero in gioco. Massimo Cacciari ha efficacemente detto: meno festa del cinema più borgate. Lapidario sino all’estremo, come suo solito, ma dà un’idea.

A questo proposito, che dire del fatto che Walter Tocci (e non solo lui, ovviamente) metta la politica della sicurezza alla fine di un elenco che comprende quasi tutto il resto? Noi pensiamo che questo schema andrebbe semplicemente ribaltato. Ha scritto il sociologo Wolfgang Sofsky: «La sicurezza è il problema fondamentale della specie umana». Difficile replicare negativamente. Alla destra è bastato sbandierare nel vuoto una politica razzistica e xenofoba per vincere le elezioni (soprattutto a Roma). Ciò per la nostra debolezza strutturale in materia, e per una cultura politica che prevede la netta supremazia dell’etica della solidarietà verso l’etica della sicurezza (vedi Bosetti su Repubblica). Solidarietà spesso solo ideale: più l’assunzione di un’idea (dogmatica) che un dato di fatto.

E allora si ribaltino finalmente gli assunti di questi anni. Non c’è scelta. L’astrattezza intellettuale non serve a governare. Tanto meno i laboratori politico-culturali da soli. Dietro questa cattiva disposizione, c’è la mancata valutazione dell’inerzia sociale opposta dal sistema nel suo complesso, ossia della resistenza che il corpo della società (in tutti i suoi strati, dagli imprenditori ai borgatari, persino i migranti!) offre comunque alle decisioni prese dalla politica. Si guardi Napoli. Magari governare fosse tracciare linee su un foglio bianco! Basterebbe un geometra. Un disegnatore. E invece la politica è dura e difficile perché la polis è un inferno, perché la realtà è un inferno, ed è la sede di una soggettività dispiegata e reattiva, un terreno arduo di resistenza e di controffensiva. Solo gli ingenui possono pensare, ad esempio, che si possa dirigere un’azienda pubblica semplicemente indicando i limiti di bilancio e fissando la quota annuale di investimenti. A questo illuminismo manca, più di ogni altra cosa, il corpo a corpo con le persone in carne e ossa, le organizzazioni sociali, le lobbies, le categorie, persino le corporazioni. Dinanzi alla reazione del gruppo sociale di turno l’illuminista resta smarrito. Si chiede: perché? Non si tratta, com’è naturale, di piegare la politica alle mille voci che si alzano a rappresentare i propri puri interessi. Non si tratta di pagare subordinatamente pegno, rinunciando alla prerogativa politica del comando. Questo mai. Ma non si può partire da altrove che non siano quelle voci, anche per zittirle se servisse, purché si facciano delle scelte finalmente adeguate al gioco che si sta giocando. Le idee solo discusse e approvate da qualche centro di formazione politica o rinomato laboratorio intellettuale non sono ancora idee.

Va detto, infine, che alla base della polis non c’è alcun patto, magari stipulato nella notte dei tempi. E, dunque, non si può scambiare un metodo di indagine politologico (contrattualista) con i fatti, ai quali spetta sempre l’ultima parola. Scopriamo, così, che questo tessuto sociale assolutamente complesso e spesso infido (vedi l’ultimo confronto elettorale, appunto), è animato da un vero e proprio mercato: i soggetti che vi operano sono intenti solo in parte ad applicare criteri di reciprocità e solidarietà, mentre sono invece impegnati a valutare costi e benefici delle offerte che ricevono, nonché convenienze e remissioni. Si sa, che imporre decisioni a un mercato è sempre rischioso, si deve avere la forza di farlo, altrimenti è meglio fare un’offerta adeguata nella speranza che essa incontri una domanda, o si apra un tavolo di trattativa. Il mercato si posiziona esattamente nel mezzo tra chi vorrebbe governare (e magari si limita ad assumere decisioni razionali in astratto) e chi resiste a queste decisioni. Esso è il momento della mediazioni, dello scontro, della lotta, è il luogo dove di situa il corpo a corpo tra politica e polis. Guai a dimenticarlo. E i partiti sono gli anelli essenziali di questo confronto durissimo. La nostra epoca, peraltro, è assolutamente caratterizzata da un debolezza di fondo (strutturale, non dovuta gli agenti) della politica, ormai sopravanzata da altri poteri (non democratici) dislocati nelle regioni della tecnica, dell’economia, della comunicazione, della scienza. Anche questo, guai a dimenticarlo. Ciò vuol dire che era impossibile non giungere a un confronto aperto con l’imprenditoria immobiliare romana. Confronto che non vuol dire resa, ovviamente, e nel quale mettere in campo tutte le proprie risorse per giungere al risultato migliore possibile. Ed era impossibile ignorare il carattere di questa città, appena scalfito dal modello Roma. Così come era anche impossibile ignorare le voci (anche dissonanti) che si alzavano dalle periferie estreme, che non richiedevano soltanto interventi su strade e servizi, ma anche più sicurezza, nel senso specifico che ha assunto oggi questa parola all’interno del “popolo”: sicurezza verso la criminalità diffusa, disagio verso gli “stranieri” e i diversi, chiusura identitaria e comunitaria. Una richiesta acuita da una campagna ad hoc della destra, che ha ingigantito le dimensioni del fenomeno e della paura nella percezione pubblica. La politica che si “chiude” non è solo la “casta”, che scambia interessi personali per interessi pubblici, ma è soprattutto quella che disdegna gli aspetti, a proprio parere, inaccettabili del reale e del sociale. Sarebbe come se la scienza rifiutasse a priori di esaminare alcuni fenomeni, perché considerati “non-scientifici”. Una mostruosità di metodo, che diventa anche mostruosità di sostanza. “Riformismo” è questo tentativo di strappare risultati a partire dai limiti della politica, dal senso forte della realtà, dalla considerazione delle forze in campo e dall’inerzia sociale. Il resto è qualcosa di molto simile all’immobilismo (pur se chiamato “radicalismo”).

L’effetto più evidente di questa disaffezione della politica (segnatamente, quella di sinistra) alla realtà sociale (ci riferiamo anche al “divorzio” della politica dalla società, di cui parla Marc Lazar su Repubblica) è che si creano dei vuoti, che sono presto occupati in modo egemonico da chi invece nel sociale decide di sguazzarci (segnatamente, la destra attuale). Perfetto contro altare dell’illuminismo è la società che si mangia la politica, i soggetti sociali che si mettono in proprio, gli individui che scelgono in primis se stessi, i consumi che sopravanzano la ricchezza sociale, l’atomismo psicologico e culturale, gli uomini in lotta tra loro come nella notte dei tempi. Pensiamo al fenomeno delle ronde e della giustizia fai da te. È il sigillo finale a un fallimento in primo luogo politico. Ed ecco, allora, la ribellione della gente in carne e ossa alle linee geometriche sottilmente tracciate sulla cartografia, all’urbanistica ridotta a masse astratte (a pure quantità) di volumi da dislocare, o alla cultura della solidarietà che non è, nello stesso tempo, cultura ed etica della propria comunità. Un movimento che divora la politica (e dunque la ragione del nostro stare assieme) e genera di nuovo insicurezza. Ha ragione Sofsky, quando dice che la sicurezza è il problema della specie umana. Ciò vuole significare che la politica nasce, in generale, per produrre sicurezza e per far sentire gli uomini tali. Se non si riparte da qui la destra è destinata a restare in sella ancora per decenni.

È ovvio che questa modalità di azione politica implica un partito federale (ossia differenziato regionalmente e profondamente omogeneo ai territori entro i quali si insedia) e, prima ancora, un partito pesante, una “macchina” che sappia radicarsi e sappia essere comunità, quartiere, città, Paese. Ben oltre le ipotesi tecnicistiche che provengono da alcuni (un giovane e brillante politologo, ad esempio), secondo i quali basterebbe incaricare dei professionisti in grado di individuare i temi più caldi su cui operare a livello di marketing, per spostare quel 4-5% di elettorato sensibile e marginale, indispensabile a vincere le elezioni. Si tratta dell’ennesima variante dell’illuminismo. Che servirebbe forse (forse…) a vincere, ma non a governare. E la politica non è una vittoria elettorale in sé, ma governo della polis. Secondo quanto detto sinora, questi tecnicismi non possono davvero interessarci.


Giorgio e Alfredo




permalink | inviato da L_Antonio il 3/6/2008 alle 18:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


3 giugno 2008

Dopo la sconfitta

Intervento di Walter Tocci alla Direzione del PD romano - Frentani 9-5-2008

Riprenderci dalla botta e ricominciare a fare politica, questo è l’imperativo del momento. E’ forte il pericolo dello sbandamento: i gruppi dirigenti sono storditi e i sostenitori sfiduciati. Inutile girargli attorno, la sconfitta è stata grande, siamo caduti a tappeto e dobbiamo rialzarci quanto prima. Ma come? Credo che in questa assemblea non ci basti solo fare l’analisi, dobbiamo assumere subito decisioni importanti per la nostra ripresa, proponendo alla discussione dei circoli una sola decisione: si svolgano le primarie per eleggere il segretario del PD romano già nel mese di luglio. La campagna di feste popolari può essere anche l’occasione per presentare i candidati e per discutere con la nostra gente, non solo per parlare noi ma soprattutto per ascoltare i nostri elettori.

Deve essere chiaro altresì ciò che non dobbiamo fare: scaricare le responsabilità uno sull’altro senza affrontare la sostanza dei problemi. E’ invece necessario mettere sotto esame l’operato di un quindicennio di un’intera classe dirigente, me compreso, almeno per le responsabilità non piccole che ho rivestito.

Ripartire dalle primarie, dunque, serve innanzitutto a dare legittimità, forza e credibilità al nuovo gruppo dirigente che dovrà fare l’opposizione ad Alemanno. Nel nostro elettorato c’è una stanchezza diffusa verso la classe politica del Pd, sempre la stessa da circa un ventennio, con una continuità senza paragoni in nessun altro grande partito europeo.

Preliminare ad ogni atto politico è riconquistare la fiducia della nostra gente. E francamente non vedo la consapevolezza di questa priorità neppure a livello nazionale. Dopo una botta tanto forte non era opportuno ripresentare gli stessi capigruppo parlamentari, per questo, pur trattandosi di ottime persone, mi sono astenuto. È riapparso il coordinamento nazionale come istituzione permanente del caminetto e al di fuori dei nostri vertici nessuno ne sentiva il bisogno stringente.

Anche qui a Roma la mia generazione ha esaurito il suo compito. Noi ci formammo come gruppo dirigente dopo la sconfitta nel 1985, mettendo in discussione le politiche seguite dalle giunte di sinistra. E incontrammo altre forze che all’interno di un sistema politico ormai morente cercavano vie d’uscita dalla crisi della Dc e del Psi e dalla diaspora laica e ambientalista. Eravamo animati da una forte coesione generazionale e da una grande voglia di innovare rispetto alla generazione precedente. Ora voi giovani del Pd dovete fare la stessa cosa nei confronti della nostra generazione.

Abbiamo giovani in gamba a tutti livelli, nei municipi, in Campidoglio e a Palazzo Valentini e possono ritrovarsi intorno a Nicola Zingaretti, il quale ha saputo conquistarsi nel mezzo di una dura battaglia elettorale il ruolo di leader del Pd romano. Ai miei coetanei vorrei dire che ormai è il momento di consegnare il testimone a nuovi dirigenti, di farlo davvero, non per finta come in passato, senza pretendere di continuare a tessere i fili dietro le quinte.

Anche per compiere questo salto sono utili le primarie. D’altro canto se non facessimo così il nuovo segretario verrebbe fuori dalle pratiche degli ultimi tempi, dai sempiterni caminetti, dai giri di valzer degli incarichi, dal prima vai tu e poi ci diamo il cambio che abbiamo visto fino alla formazione delle liste al Parlamento.

Guai a ripetere per la nomina del segretario Pd romano lo stesso errore che ci è stato fatale per la candidatura di Rutelli. Confesso di non essermi accorto in tempo, come tanti altri, del rifiuto con cui una parte significativa dell’elettorato ha recepito l’avvicendamento, come se fosse uno scambio delle chiavi di una casa che consideravamo nostra per sempre.

Troppa sicumera, troppo sentirsi classe dirigente, troppo Modello Roma; non ero mai riuscito a pronunciare questo formula in passato e solo adesso mi è venuto spontanea usarla perché solo oggi si svela per ciò che è, un’autodefinizione imposta come una camicia di forza alla concretezza dei fatti.

E non condivido neppure la tesi della sconfitta generata dal cambiamento del vento al livello nazionale. Non è una soluzione al problema, anzi lo sposta solo un po’ più in là, perché subito dopo viene da chiedersi come mai in quindici anni non siamo riusciti a costruire un edificio tanto solido da resistere anche al cambiamento del vento.

No, a questo punto dobbiamo mettere sotto analisi l’intero ciclo di governo, non i due anni finali, né una giunta contro l’altra, ma l’intero quindicennio, concentrando anzi l’attenzione proprio sui limiti e sugli errori che sono rimasti costanti e quindi hanno prodotto effetti duraturi e profondi dei quali si è presa consapevolezza solo alla fine.

Questa discussione dobbiamo svolgerla in modo ordinato, l’unico modo che ci consente di andare in profondità, di elaborare le correzioni al nostro riformismo e quindi attrezzarci anche per nuove proposte da avanzare dall’opposizione. Propongo a tal fine di nominare una commissione di studio - composta da amministratori ed esperti, da militanti di base, da rappresentanti di forze sociali e da singoli elettori – con il compito di offrire materiali di discussione da sottoporre al dibattito del partito e di fronte all’opinione pubblica. Studiare criticamente la nostra esperienza di governo è oggi il modo più sincero di farle onore, di non museizzarla prima del tempo, di considerarla cioè una cosa viva e quindi densa di volontà e di rinunce, di progetti e di errori, di slanci e di arretramenti.

Dei meriti del quindicennio abbiamo detto tante cose vere che ormai fanno parte del patrimonio civile, economico e fisico della città. Nello sguardo lungo della storia apparirà sempre più netto il risultato storico di aver dato un nuovo corso alla capitale proprio quando rischiava di cadere sotto le macerie del vecchio Stato centralistico, della polemica leghista e del fallimento della classe politica di Tangentopoli. Sarà sempre più chiaro in futuro il valore dei sindaci Rutelli e Veltroni che hanno avuto un ruolo decisivo nella rinascita della città, aiutandola a ritrovare fiducia nelle proprie risorse culturali e sociali.

A dare un contributo a questa analisi critica dobbiamo essere proprio noi che abbiamo avuto responsabilità di governo e che certo ne sappiamo qualcosa sia dei successi sia delle difficoltà dell’amministrazione. Dobbiamo stare attenti, però, a non scadere nell’amministrativismo continuando a ragionare come fossimo ancora assessori e difendendo ciascuno il proprio segmento. Possiamo dare un contributo se mettiamo in discussione tutti gli aspetti di quell’esperienza: che cosa abbiamo fatto nella macchina amministrativa e nelle aziende, la politica dei trasporti e delle infrastrutture, l’organizzazione dei servizi pubblici, l’economia e perfino la cultura, la politica della sicurezza ecc.

Se è una riflessione a tutto campo non può mancare neppure l’analisi della politica urbanistica. Sgombriamo il campo dalle ricostruzioni giornalistiche che passano indifferentemente e in pochi giorni dal cantare le lodi, a volte perfino imbarazzante, al gettare nella polvere ogni cosa. La trasmissione Report ha creato un alone di sospetto sulle scelte urbanistiche. Le singole vicende possono e debbono essere spiegate fin nei dettagli come stanno facendo coloro che le hanno governate. Agli elettori che sono rimasti turbati da quel servizio giornalistico, intanto, possiamo dire una cosa molto generale: in questi quindici anni le scelte urbanistiche sono state in mano a persone per bene, competenti e impegnate a riformare la città, le quali hanno sempre lavorato per l’interesse generale, sia facendo bene sia sbagliando, come può capitare a chi governa. Non dobbiamo lasciare solo Roberto Morassut a difendere la dignità delle nostre amministrazioni, perché dell’onestà e della buona fede si può andare tutti orgogliosi.

Allo stesso tempo, però, il trovarsi sotto attacco non deve impedirci di svolgere un’analisi critica della politica urbanistica dell’intero quindicennio. Anzi dobbiamo svolgerla in modo più profondo ed organico di quanto possa fare un servizio giornalistico. Chi ha seguito la discussione, anche pubblica, sa che io non ho mai condiviso pienamente l’indirizzo urbanistico delle nostre giunte, anche se ne porto la responsabilità come ex amministratore. A mio parere non siamo riusciti a modificare la tendenza di fondo che ha dominato lo sviluppo territoriale di Roma per l’intero secolo. Si è continuato ad espandere la città nell’agro romano costruendo tanti quartieri isolati tra loro e sempre più lontani dal centro. In quindici anni le nuove edificazioni sono state collocate prevalentemente a ridosso e oltre il Gra, in un territorio già devastato dall’abusivismo e privo di robuste strutture urbane. Ciò ha appesantito la vita quotidiana dei cittadini, sia di quelli che già vi abitavano sia dei nuovi venuti, e soprattutto ha aumentato il pendolarismo tra una periferia sempre più lontana e i luoghi centrali di lavoro, fino a produrre l’ingorgo permanente sulle consolari all’altezza del Gra. Ciò che si chiama genericamente disagio delle periferie scaturisce da questi processi strutturali. E nel voto se ne sentono le conseguenze. E’ impressionante il risultato dei municipi, perdiamo in tutti quelli con grandi porzioni di territorio all’esterno del Gra, cioè proprio nei vecchi baluardi del centrosinistra.

Certo sarebbe stato meglio interrogarsi su questi problemi sulle ali del successo, quando i nostri consensi superavano il 60%. Ma allora le analisi critiche erano tabù. Ricordo molti congressi e convegni passati a dirci quanto siamo bravi, quanto siamo meglio degli altri, quanto ci vogliamo bene! E’ mancata la capacità di autocorrezione, si è ragionato sempre dal punto di vista degli amministratori, mai vi è stata una visione critica e autonoma del partito. Anzi i partiti del centrosinistra servivano solo a raccogliere i consensi dei sindaci, ma non erano capaci di produrre consensi ulteriori tramite l’organizzazione politica. Ora non sarà più possibile, dovremo produrre politica con il Pd, non più con l’amministrazione, e occorrerà imparare presto.

Sì, il nuovo partito, il Pd, è l’unica cosa buona che ci rimane dopo la sconfitta. Magari lo avessimo fondato dieci anni fa e comunque meno male che lo abbiamo creato prima di questa sconfitta, altrimenti non avremmo nulla da cui ricominciare.

Si chiude anche a livello nazionale un lungo ciclo politico, un quindicennio in cui nessuno era mai riuscito a vincere veramente. C’è stato un lungo tiro alla fune tra centrodestra e centrosinistra, senza che nessuno dei due poli riuscisse a dare la strattonata decisiva. Stavolta però hanno vinto loro e in questo modo si chiude la lunga transizione italiana. Noi ci ritroviamo con la prima sconfitta vera del quindicennio, ma siamo attrezzati per il futuro proprio perché disponiamo di un partito nuovo che non ha ancora espresso le sue potenzialità.

Il Pd però non è un bambino portato dalla cicogna sotto le foglie di un cavolo, come ci raccontavano le nostre nonne. No, il Pd è l’esito ancora instabile di una trasformazione dei vecchi partiti. E’instabile perché porta ancora i segni di questa trasformazione e mostra in tutta evidenza la lotta tra vecchio e nuovo, ancora calda dentro le sue fibre. Se vincerà il vecchio lo strumento che ci siamo dati sarà inservibile e allora la sconfitta sarà irrimediabile. Se vincerà il nuovo, invece, potremo organizzare la riscossa. Tutto è nelle nostre mani e molto importanti saranno le scelte dei prossimi mesi.

Certo, se devo essere sincero, nelle prime battute dopo il voto si è fatto sentire soprattutto il vecchio modo. Si sono risentite le stesse discussioni iniziate dieci o venti anni fa, con gli stessi copioni e gli stessi protagonisti, solo con i capelli più grigi.

C’è stata perfino un’orgogliosa riproposizione delle vecchie correnti nate all’interno dei Ds e della Margherita, le quali ormai c’entrano ben poco con i militanti e gli elettori del Pd. Anzi per giustificarne l’esistenza si è voluto ricordare il ruolo svolto da quelle correnti nella formazione delle liste, che certo non può essere considerato un merito, anzi, semmai dimostra la loro inadeguatezza.

Non è in discussione la legittimità delle vecchie correnti, ma la loro qualità: troppo potere e poche idee, troppe preferenze e pochi voti, troppo conformismo e poca innovazione.

Qui è la nostra contraddizione: la struttura di comando è nelle mani delle vecchie logiche, ma il partito reale è molto più avanti. Sono entrate nei nostri circoli persone che non hanno mai militato in nessun partito, sono forze fresche che possono rinvigorire l’intero organismo. Abbiamo suscitato attese e speranze che vanno al di la dei nostri vecchi insediamenti. Disponiamo di risorse civili e sociali in gran parte inutilizzate.

Non credo neppure che sia possibile rimanere come siamo oggi, un assemblaggio di vecchie identità autoriferite. Occorre elaborare una nuova cultura politica autenticamente democratica, un profilo riformatore e credibile per l’Italia di domani.

Ds e Margherita erano piccoli partiti, sia per i voti sia per la forma politica da tanto tempo ridotta a ceto politico più leader televisivi, ormai incapaci di mettere in movimento energie della società.

Il Pd è un partito oltre il 30%, non solo quantitativamente più grande, ma potenzialmente di natura diversa. Ha la stazza per diventare un moderno partito popolare, capace di ascoltare i bisogni profondi del paese e di fornire risposte credibili. Le primarie sono lo strumento per ricostruire nelle forme diverse dal passato la sostanza di un partito popolare, sono la premessa per questo lavoro a cui deve seguire poi moderna organizzazione e radicamento sociale.

Il Pd possiede potenzialità ancora inespresse, dispone di risorse non ancora messe in campo. Quello che aveva da dire di più bello non lo ha ancora detto.

Dobbiamo cominciare a farlo sentire nei fatti, a farlo sapere, a gridarlo dai tetti..




permalink | inviato da L_Antonio il 3/6/2008 alle 18:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 aprile 2008

La telefonata

Vinc.: Pronto, c’è Mr. Bush?

Domestica Bush: Chi lo vuole?

Vinc.: Cribbio, non mi riconosce sono un amico del Presidente! Ma lei piuttosto chi è?

Domestica Bush: Io sono Mrs. Carol, amministro gli affari interni di Casa Bush. Riordino, accudisco. Mi occupo del gabinetto. In questo momento Mr. Bush non è in casa. [In sottofondo si sentono fruscii, che per i RIS è come se qualcuno stesse agitando le braccia e facesse segno per dire: no, non ci sto, per carità].

Domestica Bush: Ha un messaggio da riferire? Può dire a me. [In sottofondo si sente un vocìo insistente, trascritto dai servizi segreti con queste parole: “Mo’ che vvole questo? Nun ce sto, per carità di Dio, nun me lo passà… So’ morto, digli così: so’ morto… L’ultima volta, co’ tutte le pacche che m’ha dato sulle spalle m’ha sfonnato i pormoni, ecchecazz…”*]

Vinc.: Ah, se ho capito bene lei amministra gli affari interni, è il ministro degli interni, cribbio, tipo Amato, no?, si occupa pure del suo Gabinetto Presidenziale, bene, gli riferisca allora che l’Expo 2015 deve essere assegnato a Milano! Altro che Smirne… Pensi che so’ certe barzellette sui turchi…Ah, ah…Allora, vorrei che Bush spendesse tutta la sua immensa autorità, inferiore solo alla mia, per questo obiettivo!

Domestica Bush: L’Expo 2015…Amato…il ministro…cribbio... il gabinetto…Si, sto scrivendo [in sottofondo si sente un rumore di aspirapolvere in funzione e poi il solito vocìo, così decifrato: “Ancoooora! Madecché…Basta, riattacca sto c***o de telefono, t’ho già detto che so’ morto…”*].

Vinc.: Ha trascritto bene?

Domestica Bush: Come no…regolare….

Vinc.: Benissimo, allora mi saluti tanto il Presidente, quando viene in Italia e sono di nuovo Premier gli presento una letterina o una velina, vediamo un po’… Au revoir…abituarsi a questo slang, evèro… Ah, ah…

* Bush è di antiche origini della Garbatella da parte di madre, pure mezzo parente dei Cesaroni e tifoso della Maggica Roma. Nel quartiere ancora se ne parla…




permalink | inviato da L_Antonio il 2/4/2008 alle 14:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 marzo 2008

Città in rete. La novità “logica” del policentrismo

La grande novità del nuovo Piano Regolatore è il policentrismo. Che non deve essere inteso in termini riduttivi, quasi si trattasse soltanto di una singola caratteristica o di una concretissima, empirica “invariante strutturale” del Piano stesso (accanto alla cura del ferro, o alla tutela storico-ambientale, ecc.). Qui “policentrismo” va piuttosto inteso come chiave interpretativa, schema generale o modello-base destinato a dare senso all’intero impianto logico-categoriale del Piano. Il policentrismo è un’idea (in senso kantiano: un’idea regolativa, non un concetto deterministico), destinata a guidare la trasformazione e orientare la crescita urbana, “mettendo ordine” sin d’ora alla consistenza socio-urbanistica della città reale.

Il policentrismo indica la forma della “rete” quale destino “formale”, “strutturale” di Roma. Ciò determina un’ effettiva discontinuità nella storia urbana anche recente e avvia la rottura (reale) di uno schema logoro ma tradizionalmente appartenente alla vicenda romana, ossia il modello di sviluppo a cerchi concentrici, che si dilata dal centro storico (più pregiato) verso periferie via via sempre più degradate, disposte a circolo attorno all’area ipertutelata, ma non per questo, peraltro, meno degradata di altre. Uno schema che si è riprodotto anche nelle politiche urbane proposte dalle Giunte di centro-sinistra nell’ultimo quindicennio. Politiche che, di fatto, indicavano soluzioni anche efficaci e innovative, continuando a ricalcare però perfettamente la natura “circolare” (sia essa inclusiva o diffusiva) di quel modello logico. Così è stato per la scelta che puntava alla nascita di nuove arterie tangenziali o al riequilibrio tra i flussi veicolari tangenziali e traffico radiale. Così è stato per l’istituzione delle varie fasce urbane (compresa quella verde) sempre concentriche, sempre imperniate su un fulcro centrale; oppure per la creazione delle zone metrebus (di natura concentrica anche esse). La stessa Z.T.L. del centro storico, per quanto sia un provvedimento necessario e virtuoso, ricalcava quel modello in modo puntuale, alzando una barriera protettiva attorno al centro storico, ma ignorando gli stessi problemi riguardo alle periferie. Si è quasi sempre partiti, in sostanza, da chiavi di analisi che non prevedevano, se non secondariamente, diverse e alternative gerarchizzazioni urbane. Roma è stata quasi sempre concepita come se fosse sempre sovrastata dal medesimo cielo di stelle fisse, e ci si è limitati in linea di massima a riprodurre pigramente l’idea di “corone” circolari concentriche e successive, meno consistenti urbanisticamente via via che ci si allontana dal centro, ma, paradossalmente, dipinte sempre a tinte uniformi al loro interno (per quanto inconsistenti). Pigrizia anche questa. E così, per fare un esempio molto chiaro, le “frattaglie” ultra periferiche si definivano “degrado” tout court, proprio laddove il discernimento analitico avrebbe dovuto essere più attento alle differenze (che c’erano e ci sono ancora e sempre ci saranno), per ricavarne un’analisi più adeguata e più vicina alla realtà. Effetto prodotto sia da una “lontananza” dell’oggetto sia da una candida “vecchiezza” degli strumenti d’analisi. Nonché da modelli culturali derivanti direttamente dagli anni 50, o romanticamente giù di lì, e trascinati stancamente sino a oggi. Nessun altra (nuova) gabbia epistemologica, in breve, ha mai affiancato con decisione quella classicamente stantìa, che procedeva “imponendo” intellettualmente cerchi concentrici ipoteticamente omogenei a una realtà urbana che avrebbe meritato altre categorie, altra analisi, altra attenzione, altra cura.

E dunque, non si è tentata, o quasi, nessuna lettura “a macchia”, che individuasse aggregati urbani (di qualunque tipo) disposti in un ordine diverso da quello ad aree concentriche di tipo classico. “Macchie” imprevedibilmente poste qui o là, tutte da scoprire nella localizzazione e nella consistenza, imprevedibili, probabilistiche, davvero figlie della nuova scienza piuttosto che della fisica newtoniana. E non si è tentata nemmeno una lettura più ravvicinata delle “faglie” e delle “curvature” urbane, una lettura capace di scavare nelle pieghe cittadine per cogliere differenze laddove si supponevano identità, e viceversa. Si è sempre ritenuto che la crescita fosse omogeneamente centrifuga, che si muovesse dal centro verso il limite esterno, producendo una specie di diaspora urbana di tipo accumulativo, progressiva, lineare, deterministica. I modelli di conoscenza crollavano da decenni, ma la lettura della realtà romana restava la stessa. Quando si dice che la classe politica non legge più, e non studia, non lo si dice a caso. Ma a ragion veduta. Ed ecco gli effetti.

Penso al caso del Municipio VIII, che conosco meglio di altri. Secondo la lettura “circolare”, lì vi sarebbe dovuto essere un omogeneo degrado, sullo sfondo di una altrettanto omogenea composizione sociale diffusa. Ma era su tutto l’abitato ultraperiferico che si è spesso ritenuto si distendesse un colore urbano puramente uniforme, e si è considerato tempo perso quello eventualmente dedicato a sviluppare un’analisi più ravvicinata dei toni e delle sfumature di ogni singolo insediamento. E invece l’accumulazione di materiale sociale, urbano, economico è avvenuto nel tempo quasi alla cieca, in ordine sparso, secondo direzioni improvvise e impreviste, seguendo l’onda dei tempi, delle crisi, delle migrazioni, con andamento tutt’altro che lineare. Uno sviluppo che, letto con lenti più adeguate, ripeteva in fondo altri e paralleli andamenti in altre regioni del sapere, in altri mondi umani, in altre discipline. Roma è oggi un manto di leopardo, ben più intricata di quanto credano politici talvolta improvvisati. Per dirne una: l’analisi delle emissioni inquinanti ricalca anch’essa lo schema circolare. Come se in periferia, per il suo diradamento, non vi fosse inquinamento. Ma ne siamo così sicuri? Direi di no. Sembra essere la politica del tappeto, sotto cui nascondere la polvere, invece di gettarla nella pattumiera. Una specie di “allontanamento” o diaspora di tutto ciò che produce cattiva qualità urbana (il traffico, l’inquinamento, i piani di lottizzazione selvaggi), dalla corone più pregiate verso quelle meno tutelate: anche qui si ragiona secondo modelli centrifughi, assecondando un supposto e aprioristico andamento “centro ? periferia”.

L’analisi delle cosiddette “cento città” di Roma ha iniziato a fare giustizia di queste considerazioni almeno sul piano dei pronunciamenti teorici, senza tuttavia che ciò, sul piano pratico immediato, scalfisse considerevolmente alcuni inveterati convincimenti prima di tutto culturali. A Roma non c’è mai stata, in sostanza, una vera rivoluzione copernicana, che promuovesse politiche innovative a partire da un’idea di città davvero moderna, secondo tipici e attuali canoni internazionali, diversi dalla solita diaspora concentrica.

Qui l’analisi deve fare un salto. Guai a non varcare finalmente i vecchi confini, anche per ciò che riguarda il governo delle città. Sappiamo che la globalizzazione, in linea di massima, ha impresso all’universo-mondo un nuovo (ed efficace) schema a rete. Con maglie e nodi. Senza una sola gerarchia verticale, ma alcune vette diffuse, in un panorama più orizzontale. È questo lo schema dello sviluppo economico, del nuovo tessuto produttivo mondiale, supportato dalla digitalizzazione delle comunicazioni, dalla possibilità di inviare in tempo reale dati, informazioni, impulsi dalle città direzionali a quelle “gestionali”, sino a comandare le linee produttive sparse per il mondo. Anche la finanza procede per impulsi trasmessi in rete, “intelaiando” il mondo ben oltre e al di sopra delle singole-concrete conformazioni nazionali, ma seguendo una logica comunicativo-informativa, che sovrasta e trafigge i confini “naturali” del mondo. È il trionfo della tecnologia, della finanza, della comunicazione e del capitalismo finanziario globale sugli asfittici confini delle vecchie identità nazionali.

Sappiamo pure (vado schematicamente) che le grandi aree o regioni urbane oggi detengono quasi più poteri dei singoli Stati-Nazione, ed attraggono risorse in via diretta, scavalcando spesso le eventuali “dogane” innalzate dai Governi o dalle singole economie nazionali. Le città mondiali sembrano, per certi aspetti, molto simili alle antiche Città-Stato. Gestiscono PIL di enorme entità (è il caso anche di Roma, per esempio). Muovono interessi ed economie miliardarie. Impongono spesso i propri deliberati, tanto più se le classi dirigenti locali sono all’altezza dei propri compiti (non sempre accade). Questi processi si snodano all’interno di una rete (o di una molteplicità di reti sovrapposte) mondiale, i cui nodi sono presidiati da metropoli globali e direzionali, o da città di “seconda classe” addette alla gestione delle singole economie di scala, o dai piccoli centri anche delocalizzati dove le linee produttive si dislocano alla ricerca di bassi costi, sospinte dalla sensazionale possibilità di essere rapidamente e raggiunte da ordini e impulsi direzionali, che interpretano in tempo reale le indicazioni del mercato. E se questo è il quadro, bisogna esser chiari. Quale futuro decidiamo per Roma? Quale idea di Roma abbiamo? Da qui discendono le scelte di Governo, non da promesse elettorali o dal piccolo cabotaggio politico. Se Roma è destinata a diventare sempre più città internazionale, colmando il gap (non solo infrastrutturale) che ancora la separa da Londra, Parigi, New York, Tokio, bisogna agire di conseguenza e portare a compimento una clamorosa rivoluzione copernicana. In caso contrario non c’è problema, si può continuare a vivacchiare, pensando che il cuore di Roma sia il centro storico, che le borgate siano il tappeto sotto cui gettare la polvere dei quartieri centrali; si può ritenere che tre o quattro fasce concentriche ben delimitate illustrino tutta la complessità romana, e che su tutta l’Urbe si distendano chiazze circolari con vertice al centro, tutte composte di singoli colori omogenei, appena sfumati qua e là, ma comunque assimilabili all’uniforme tono di fondo.

La “contraddizione fondamentale” (per dirla alla Severino) che va colta è questa discrepanza totale (o quasi) tra un mondo “a rete” e una città che ancora giocherella con i propri “cerchi concentrici”. Ridisegnare una nuova forma urbis “a rete”, dunque, ha anche (e soprattutto) una valenza esterna, perché l’aggancio alla rete generale potrebbe avvenire soltanto se la città stessa, disposta a rete, si dimostri capace di aprire dei terminali verso l’esterno, porte digitali e non solo fisiche, pronte a entrare congruamente in contatto con i flussi (finanziari, informativi, tecnologici) che attraversano il globo terracqueo. Nel tentativo, ovviamente, di “magnetizzare” quelle risorse con politiche e scelte all’altezza. Non ci vuol molto a capire che la disomogeneità dei modelli produce necessariamente una mancanza di comunicazione tra di essi. È il tratto comune, la sovrapponibilità almeno parziale degli schemi, ciò che garantisce un confronto, e non viceversa. Lo sforzo a mettere in rete Roma, equivale (ed è propedeutico logicamente, cronologicamente, metodologicamente) a quello di “gettare” con metodo (dopo aver predisposto dei terminali) la città all’interno della rete esterna mondiale per agganciarvela. Nessuna “accessibilità” sarebbe possibile senza canali di comunicazione reciprocamente traducibili.

Ora, è altresì evidente che la “traducibilità” totale è impossibile, e che la tendenza “spontanea” dello sviluppo urbano, parodiando Wittgenstein, è quella di aggiungere nuovi giochi urbani ai vecchi giochi, nuovi quartieri ai precedenti, in una sorta di marea montante e accumulativa che, di per sé, potrebbe al più ingenerare e sovrapporre ulteriore caos babelico a quello già operante. Non si tratta nemmeno, all’opposto, di assumere a modello un concetto logicista di lingua/città, perfettamente ordinato, riflettente e inequivoco. Un modello astratto e “fisicalista” di città. Pur tuttavia, il complesso dei giochi (storici e successivamente sopraggiunti) dovrà essere comunque sottoposto a un principio d’ordine, dovrà essere “messo in ordine” e assumere dei riferimenti, ossia gravarsi di un indirizzo di sviluppo. Non si può abbandonare lo sviluppo alla direzione che vi imprimono i molti progetti urbani che solcano liberamente la città, aprendo più contraddizioni di quante non ne appaiano già. Appunto: serve un’idea di crescita. Un’idea solo regolativa, non astrattamente sovrapposta – non deterministica - al mondo reale, ma pur sempre un’idea. E chi non ha idee non dovrebbe esser lasciato governare. Lo dico estremizzando il mio pensiero.

Qui si attua davvero il discrimine. Tra chi ritiene (quasi sempre la destra) che lo sviluppo debba seguire il corso degli interessi, e chi (quasi sempre la sinistra) ritiene che la crescita vada regolata (poco o molto, dipende) e i nuovi giochi linguistici debbano sovrapporsi almeno in parte a precedenti e assumere alcuni tratti comuni (senza scomparire in uno schema assoluto, generale e pedissequo) degli altri. Come dire che l’identità urbana deve comunque essere ricercata, assecondata, perseguita, piuttosto che “divelta” come è accaduto invece per altre grandi metropoli mondiali, il cui skyline è ormai irriconoscibile ed esse si confondono irreversibilmente (e colpevolmente, aggiungo) tra di loro. Ed ecco la seconda “contraddizione fondamentale”. La prima ci diceva che una città “a cerchi” non potrebbe mai colmare (per evidenti ragioni logico-storiche) il proprio gap con la rete delle città mondiali (per quanto possa manifestare una volontà e lavorare in questo senso). Ed è, dunque, compito di governo della politica locale quello di garantire questa trasformazione strutturale, ossia la nascita della “rete” interna, evitando che alla città continuino a sovrapporsi schemi astrattamente ideologici (o semplicemente frutto di pigrizia intellettuale) come il modello circolare. Una trasformazione che renderebbe più traducibile lo sviluppo urbano interno a quello impresso formalmente dalla “rete” regionale e mondiale esterna ai confini urbani.

La seconda contraddizione indica più un rischio che un fatto in sé. Il rischio che l’ingresso nella rete comporti un’ondata di ritorno di appiattimento e omogeneità culturale, la perdita di un senso identitario, l’oblio progressivo di una storia urbana che, nel caso di Roma, è probabilmente la più vasta e importante di sempre, almeno in riferimento alle grandi aree urbane: Città Eterna, appunto. Questa è la sfida numero uno per chi intende modernizzare Roma: mettere in rete la città, “gettarla” oculatamente nel mondo reticolare, ma preservandone lo status di città storica dotata di un proprio ineguagliabile profilo.

È qui che la politica deve allora scendere in campo. È qui che deve assumere in pieno e più di ogni altra cosa, quale proprio destino, una weberiana etica della responsabilità. In primo luogo, accelerando il passaggio a una forma urbis a rete, così come il PRG indica logicamente. È la prima condizione, come abbiamo visto, per inserire ancor più fattivamente Roma nel reticolato globale delle aree urbane. Una rete fisica (policentrismo, rete di trasporto su ferro, nodi urbani, nuove centralità, accessibilità interna ed esterna, dislocazione di funzioni pregiate in periferia, nuove gerarchie urbane, sviluppo anche orizzontale, apertura all’area metropolitana sia reale – hinterland – sia virtuale – l’intero mondo circostante nella sua globalità) ma anche una rete tecnologico-digitale che sappia catturare e inserirsi nei flussi di vario ordine e natura che solcano il globo. Una dotazione tecnica indispensabile a pensare in grande, a fare Grande Politica urbana, a imprimere alle cose un’idea molto alta di città, quale a Roma senz’altro compete.

Queste cose nel P.R.G. ci sono. Potremmo definirlo un piano di relazioni e di aperture. Che corrisponde percettibilmente a un’idea “funzionale” della metropoli. Sia nel senso che interviene sull’accessibilità, sia nel senso che decreta lo spostamento di funzioni di peso in periferia (con l’obiettivo di cancellare questo termine: periferie), sia nel senso che tenta di cogliere e sviluppare gli attuali dinamismi urbani. C’è una parola che sintetizza molto bene le modalità di governo dello sviluppo: qualità. Frenare l’espansione quantitativa e sregolata è tutt’uno con l’idea di far crescere la città su se stessa, intervenendo positivamente sulle sue carni vive: manutenzione dei complessi, risanamento dei quartieri, progetti di riqualificazione, riuso di vecchi edifici. Non si richiede di ampliare le dimensioni cittadine (lo stock edilizio nel nuovo P.R.G. crescerà del solo 9% in 10-15 anni attuativi), perché ciò accrescerebbe i problemi invece di contenerli: serve invece risanare, imprimere la rete sui quartieri, dotarli di infrastrutture e assumere a riferimento l’intera città. La solo manovra degli articoli 11 e 2 vale 2 miliardi di euro di investimenti pubblico-privati. La riqualificazione in periferia riguarda, in tutto, un milione di romani e 15.000 ettari di suolo (quasi l’intera Milano). Cifre significative di quanto costi e di quante risorse debbano essere impegnate per modificare la forma urbis, riqualificare i quartieri reali, trasformare nel profondo la struttura urbana. Secondo Ecosfera, la stima degli investimenti dovuti al nuovo PRG si potrebbe aggirare attorno ai 40 miliardi di euro.

Tra l’altro, la riqualificazione impedisce che si lavori solo per nuove “aggiunte” (magari nel lontano agro), ponendo il nuovo accanto al vecchio, così, senza altri intendimenti precisi. Ampliando sempre di più la frattura che già li divide e impedendo che la manovra urbanistica riguardi omogeneamente tutto il tessuto urbano e una “faglia” pericolosissima tagli in due (o in tre) irregolarmente la città. È quanto accaduto (chi più chi meno) ad altre grandi metropoli, che si illuminano di modernità in taluni quartieri e si degradano in altri. In ciò, ancora, assomigliandosi un po’ tutte.

È chiaro che per un lasso di tempo anche lungo quella frattura potrebbe persino ampliarsi, e che il nuovo (gli interventi già realizzati) potrebbe convivere con difficoltà con il vecchio (cioè quanto resta da fare). Ma questa “coabitazione” è il segno che la situazione si muove. E che c’è comunque un Piano, un disegno atto a garantire omogeneità strategica negli interventi di trasformazione e modernizzazione. A garantire, soprattutto, che Roma resti Roma, anche se più moderna, in rete, aperta senza timori al mondo circostante.

La “logica” policentrica non è, tuttavia, soltanto una traccia per lo sviluppo urbanistico della città. È, appunto, una logica che si applica a cascata a tutte le principali scelte politiche, anche di tipo istituzionale e organizzativo. Lo schema policentrico potrebbe senz’altro essere lo strumento (anche culturale) da impegnare per costruire finalmente - nell’arco temporale di un solo mandato, perché no? - la città metropolitana romana. Quest’ultima, in fin dei conti, oltre che essere la piena e conclusiva applicazione di un dettato costituzionale (la città metropolitana è uno dei livelli di governo riconosciuti come elementi costitutivi della Repubblica dalla riforma del titolo V della costituzione), sarebbe lo sviluppo, oserei dire, naturale, dal punto di vista istituzionale, dell’idea di policentrismo. Il ridisegno dei poteri, così, non sarebbe affatto il prodotto di una mera operazione di ingegneria istituzionale, dettata, per di più, da ragioni di pura semplificazione e riduzione dei costi della politica. Ma l’applicazione sul piano del governo e dei poteri locali, di un’idea (culturale e logica) di città che fa i conti con il destino delle grandi aree, non solo con la storia. Un’idea a cui le istituzioni dovranno adeguarsi, per non rimanere indietro e non essere considerate un freno allo sviluppo, o, peggio, un arnese inservibile. Insomma, si tratta di passare dal vecchio “decentramento amministrativo”, un’idea che ha funzionato poco e male, al policentrismo amministrativo, grazie al quale, al posto dei vecchi Municipi, ne sorgerebbero di nuovi dotati stavolta di “pieni” di poteri, di nuove funzioni, di maggiori risorse. Municipi che crescono, seguono lo sviluppo policentrico, ne assecondano i ritmi di crescita con pienezza di mandato, di responsabilità e di decisione. E che divengono i precipitati istituzionali di un processo reticolare e di modernizzazione urbana molto vasto. Non un decentramento (ossia una diaspora, una sorta di fuga dal centro, destinata a “trasferire”astrattamente funzioni), ma il ridisegno locale dei poteri, l’impulso pieno e consapevole per un grande sviluppo “orizzontale” della città, intramezzato da veri e propri picchi di “responsabilità” amministrativa. 19, 20 città locali (ossia centri urbani che affiancano le nuove centralità), con funzioni e responsabilità pesanti, allocate in centri locali di decisione politica.

Roma assumerebbe così la forma di una grande area metropolitana dotata di funzioni di indirizzo e di coordinamento delle varie città locali, una sorta di “rete dei comuni” costituenti l’area metropolitana. Davvero una rivoluzione amministrativa, altro che decentramento (peraltro fallito nella sostanza). Rivoluzione perché di un nuovo potere si tratterebbe. Di un ridisegno della mappa dei poteri urbani.

Avremmo allora un doppio binario di sviluppo: urbanistico e istituzionale assieme, sociale e politico, delle funzioni urbane e dei poteri amministrativi. Una rete forte, tesa, composta di maglie forti, ai cui nodi troveremmo sia la società sia la politica. Un’urbanistica di “sostanza”, più che intenta semplicemente a riclassificare e ridestinare i suoli. Il P.R.G. questo indica a chi sappia leggere. Si tratta di renderlo politica di governo ad ampio raggio.




permalink | inviato da L_Antonio il 14/3/2008 alle 18:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


17 dicembre 2007

I Democratici creano ordine

Intervento di Walter Tocci all’assemblea di “A sinistra per il PD” – Università Gregoriana, Roma, 15-12-2007

Il nostro partito compie oggi due mesi di vita.

Nei primi passi in realtà di vite ne ha mostrate due opposte. Una che mantiene la promessa e l’altra che conferma gli antichi vizi.

Avevamo detto che avrebbe messo in movimento il sistema politico e mobilitato nuove energie e così è stato. Si è rotta la morta gora e tutti i processi si sono accelerati, certo con rischi, ma anche tante opportunità. Prima dell’estate eravamo come un aereo in picchiata, poi con Veltroni e le primarie abbiamo fatto una virata e ripreso quota in politica e nei consensi.

Ma anche l’altra vita si è fatta sentire, quella dei giochi di potere, dei notabilati che si adeguano a tutte le stagioni per conservare se stessi, dei gruppi dirigenti aggirati dai soliti accordi di vertice..

Sono due vite in lotta tra loro – o vince una o prevale l’altra - non potranno coesistere a lungo. Il futuro del PD dipende per buona parte dall’esito di questa lotta.

È dovere di tutti schierarsi in modo trasparente. Guardo questa sala e incontro tanti volti a me cari di rinnovatori instancabili e quindi spero, anzi vi auguro, possa venire da qui un contributo alla promessa e un freno al vizio.

La discontinuità si deve vedere nei fatti e non a parole. D’altro canto non abbiamo creato un nuovo partito per un ghiribizzo, ma per una stringente necessità, certo non per continuare a fare le stesse cose di prima sotto una nuova bandiera. Abbiamo un nuovo simbolo da inverare, con i bei colori italiani e le due lettere, la P e la D, che sfumano una nell’altra, in una convergenza di significati: un vero partito perché democratico e democratico perché organizzatore di democrazia.

Partito è una parola che non usavamo da tanto tempo, non sprechiamola. Risparmiateci, lo dico ai nostri dirigenti, il tormentone su partito leggero e pesante, uno di quei dibattiti sul nulla che spesso ci appassionano. Nella sostanza il problema del partito si riduce ad una questione pratica e ad uno stato d’animo.

Tre milioni e mezzo di persone sono disponibili a dare in media almeno un’ora di tempo al PD. Quale porta devono bussare? Quale telefono devono chiamare? Quale militante devono cercare? Dobbiamo dirglielo presto, prima che si scoraggino.

E poi ci vuole uno stato d’animo umile, tutti noi dirigenti siamo indietro rispetto al nostro elettorato che è molto più vivace, intelligente e saggio. E lo ha dimostrato in questi anni. Quando gli elettori sono migliori degli eletti diventa urgente il ricambio della classe politica. Non possono essere sempre gli stessi a riscaldare la vecchia minestra. E i nuovi entranti non possono solo aggiungersi raddoppiando o triplicando le assemblee, ma devono sostituire chi non ha più niente da dire. Se non faremo una vera selezione rimarremo prigionieri dell’anomalia italiana. All’estero per riformare partiti cambiano i dirigenti, da noi sono sempre cambiati i partiti per conservare gli stessi dirigenti.

Ecco perché la lettera P ha bisogno della lettera D di democratico. Questa è una parola forte, ma rischia di banalizzarsi nell’uso quotidiano e perciò dobbiamo tenerla sempre in tensione con il problema che la ispira.

Siamo democratici perché cerchiamo risposte alla crisi della democrazia, la quale è logorata, stanca e troppo spesso ridotta, anche per colpa nostra, a mera procedura.

Molti sono contenti della sua crisi, in primis i poteri economici che così hanno campo libero, ma anche la Chiesa alza la voce dicendo: vedete la democrazia è un orcio vuoto da riempire con il vino buono degli antichi valori.

Ma se i contenuti vengono da fuori limitano la democrazia. La democrazia deve coltivare al suo interno le sementi per la propria crescita. Questa è la promessa non ancora mantenuta dalla democrazia, ci ricordavano Bobbio e Scoppola.

Questa è la promessa dei democratici.

Anzi, se intesa così, la parola spiega sia ciò che vogliamo essere sia ciò che siamo stati. Noi italiani siamo diventati democratici passando per essere comunisti, socialisti e democristiani. Salimmo sul tetto della democrazia attraverso la scala esterna delle ideologie novecentesche, ma non siamo ancora saliti per la scala interna della condivisione matura di regole, diritti e responsabilità.

Un tempo si diceva quello è un democratico, cioè una persona che al di là delle ideologie crede fermamente nel patto costituzionale. In tale uso la parola rivelava un significato costituente: ciò che unisce il Paese, legittima le differenze, sceglie mete condivise.

Di questo c’è bisogno oggi come il pane, perché, al di là della crisi economica e istituzionale, il rischio vero consiste proprio nella rottura della comunità nazionale. I nostri tessuti connettivi sono sempre stati deboli, ma ora rischiano di sfilacciarsi sotto la tensione divaricante scatenata dal campo magnetico della globalizzazione. Le fratture sono ormai visibili nella vita quotidiana:

tra chi si arricchisce con le rendite e chi si impoverisce lavorando,

tra chi sa e chi non sa,

tra chi ha un santo in paradiso e chi si rimbocca le maniche,

tra chi scaglia le pietre e chi le raccoglie,

tra chi apre nuove opportunità e chi recinta il già fatto.

Il tarlo della lacerazione lavora tutti i giorni, fino ai casi estremi del corteo di tifosi che assalta la questura e dei camionisti guidati da un deputato di Forza Italia che tengono in scacco l’intero Paese.

Se democratico ha un significato costituente deve far vincere ciò che unisce, deve creare ORDINE. Sì, ORDINE dice molto di più di sicurezza ed è una parola di sinistra, se intesa al modo giusto, come ordine nuovo.

Abbiamo sbagliato a farcela scippare dalla destra che predica ordine ma pratica sempre il disordine, il contrasto di mors tua vita mea, di corporazione contro bene comune, di Nord contro Sud, di egoismo contro solidarietà, di Occidente contro Oriente.

Creare ordine è compito dei democratici, ma se inteso appunto in senso costituente non può venire dall’alto, né solo da marchingegni elettorali, ma deve trovare nella società stessa le forze ordinatrici.

Per tanto tempo è stato il lavoro a creare ordine. Da giovane ero un metalmeccanico e ricordo la durezza delle lotte di quegli anni - i picchetti, i cortei interni alla fabbrica, le monetine ai dirigenti - eravamo davvero degli scavezzacolli. Eppure, nonostante l’asprezza del conflitto l’operaio e il dirigente avevano in comune la stessa cultura industriale, una visione del mondo che dalla fabbrica promanava nella società, nella politica e negli stili di vita.

Oggi c’è la pace sociale, ma tra il manager e il precario si è aperta una voragine, appartengono a mondi diversi e inconciliabili. Colmare quel fossato è compito del sindacato, del governo, come si è cominciato a fare con le riforme, ma è compito soprattutto della politica ritrovare il principio d’ordine del lavoro.

Dopo la rivoluzione del 1848 all’Assemblea nazionale francese qualcuno propose di scrivere in Costituzione il diritto al lavoro. Si alzò allora a parlare Toqueville e lo impedì con un memorabile discorso, un vero manifesto del conservatorismo liberale, sostenendo che sarebbe stata una vittoria di una classe sull’altra, un inasprimento del conflitto sociale (per un confronto del discorso con l’oggi si veda A. Cantaro – Il diritto dimenticato – Giappichelli) .

Un secolo dopo la Costituzione italiana si diede quel mirabile incipit: la Repubblica fondata sul lavoro. Questo è stato il miracolo del secolo socialdemocratico, il lavoro come principio costituente, come ordine che trascende il conflitto. Un principio politico prima che economico-sociale, non dimentichiamolo. Infatti, proprio la sua applicazione in provvedimenti sociali è diventata obsoleta e in gran parte da rielaborare alla luce del riformismo moderno, come si è già fatto in gran parte. Ma come principio politico mantiene una straordinaria utilità per l’oggi e per il domani.

Se viene a mancare tale principio, infatti, rimane solo la forza bruta degli interessi che frantuma la società in tante monadi incomunicabili. La solitudine degli operai torinesi ci parla di questo e quindi non interpella solo il sindacato o il governo, ma riguarda la politica.

La Repubblica fondata sul lavoro è l’obiettivo di sempre per i democratici che vogliono creare ordine. Ieri quel compito finiva nei confini nazionali, ma oggi il PD può svolgerlo solo in Europa lavorando più intensamente di prima con la forza storica della sinistra europea che lo ha incarnato nel secolo passato. Ma detta così sembra una frase rivolta all’indietro. E’ bene allora dirci schiettamente che tale compito il nostro partito di prima non era capace di svolgerlo, perché era una forza regionale, anchilosata da un ceto politico e poco radicata socialmente.

Oggi siamo una forza oltre il 30% e con un presidio nazionale, dunque possiamo diventare ciò che non siamo da tempo, una moderna forza popolare italiana.

Che significa oggi forza popolare? Per evitare la retorica poniamoci domande brucianti: perché da quasi trent’anni i voti aumentano ai Parioli e diminuiscono a Borghesiana? Perché le donne ci votano poco pur facendo una politica femminista? Perché su tre giovani che abbandonano la scuola solo uno vota a sinistra?

Siamo stretti in una morsa: da un lato Rifondazione agita temi sociali e propone vecchi soluzioni ideologiche, dall’altra il populismo cerca di scavalcarci con la demagogia. Ormai è un vezzo dei liberisti quello di accusare la sinistra di non difendere i ceti deboli, prendete ad esempio l’ultimo libro di Giavazzi e Alesina.

Manca in Italia la grande forza popolare capace di riformare il welfare con coraggio, non per diminuire le tutele, ma per renderle effettive, giuste e credibili.

Definire il PD come partito a vocazione maggioritaria, perciò, non è questione solo di tecnica elettorale, ma soprattutto di politica sociale.

Una forza popolare supera la querelle tra riformisti e radicali, non si sente una parte della coalizione, ma aspira ad essere il partito dell’intero centrosinistra, non per arroganza, ma per la capacità di fare le riforme con il consenso popolare.

Questa prospettiva ha bisogno di voi che avete avuto l’orgoglio di scrivere “a sinistra” sul simbolo del PD.

Con tante persone in questa sala ho condiviso la militanza di una vita e penso di permettermi una sfrontatezza.

Voi siete una risorsa decisiva per il PD.

Dovete però compiere una scelta.

La sinistra non è una saliera, ma è il sale che dà sapore alla politica.

Le saliere con il tempo si svuotano.

Il sale invece ne basta poco per dare qualità a tutto.




permalink | inviato da L_Antonio il 17/12/2007 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


3 dicembre 2007

Segnalazione editoriale!

 

L_Antonio vorrebbe segnalare un recente e-book di estetica sull’Ara Pacis di Roma. È pubblicato on line su www.filosofia.it. È in home page, tra le novità. Ecco il link diretto.
Chi vuole commentare può farlo, l’autore è pronto a rispondere ai commenti. Buona lettura.




permalink | inviato da L_Antonio il 3/12/2007 alle 17:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Politica
Musica
L'Antonio (Gramsci)
Visioni
Orvieto e dintorni
Cultura
Vado ai Massimi
Interventi

VAI A VEDERE

massimo d'alema
Alfredo Reichlin
Phil
PER RIPARTIRE
gianni cuperlo
Italianieuropei
Centro Riforma dello Stato
fondazione gramsci
NotePD
Adry
celapossofare
Bolledaorbi
Makìa
Eta-beta
Ritaz
Patry
maria grazia
LauraOK
Quartieri
Corradoinblog
Marco Campione
Francesco
Viaggio
Lessico democratico
Riderepernonpiangere
Paolo Borrello
Camereconvista
Francesco Montesi (da Parrano)
Simone Tosi
RED TV
RED COMMUNITY
PER L'ITALIA
la voce info
l'Unità
il manifesto
il riformista
filosofia.it
write up
Orvietan
francesco totti


           I due L_Antoni

 




 


Il libro de L_Antonio Qui, per vedere meglio la copertina, per leggerlo e
acquistarlo

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7.03.2001. Le immagini inserite in questo blog sono prelevate in massima parte dalla rete web; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore o copyright terzi, vogliate comunicarlo a l_antonio_g@libero.it, saranno rimosse prontamente. 


 

CERCA